Vaccinato's profileAccusato di libertàPhotosBlogListsMore Tools Help

Accusato di libertà

Vivo della mia morte e, se ben guardo, felice vivo d’infelice sorte, e chi viver non sa d’angoscia e morte, nel foco venga, ov’io mi struggo e ardo.

Vaccinato

Benvenuto!
Please wait...
Sorry, the comment you entered is too long. Please shorten it.
You didn't enter anything. Please try again.
Sorry, we can't add your comment right now. Please try again later.
To add a comment, you need permission from your parent. Ask for permission
Your parent has turned off comments.
Sorry, we can't delete your comment right now. Please try again later.
You've exceeded the maximum number of comments that can be left in one day. Please try again in 24 hours.
Your account has had the ability to leave comments disabled because our systems indicate that you may be spamming other users. If you believe that your account has been disabled in error please contact Windows Live support.
Complete the security check below to finish leaving your comment.
The characters you type in the security check must match the characters in the picture or audio.

Arriva il Codice salva-paesaggio

da la Repubblica, 20 marzo 2008

Una buona notizia: uno strumento in più per salvaguardare il paesaggio

Paesaggio

Arriva il Codice salva-paesaggio

di Giovanni Valentini


I beni culturali non sono assimilabili alle "merci". È il principio ispiratore del Codice voluto dal vicepremier Francesco Rutelli, predisposto da una commissione presieduta da Salvatore Settis e ratificato ieri dal Consiglio dei ministri. Il testo è fondamentale per la salvaguardia del paesaggio italiano ed eviterà - grazie a un sistema di garanzie molto stringente - la costruzione di nuovi ecomostri. Il Fondo per l'ambiente italiano commenta entusiasta: «Un passo importante per rilanciare l'economia e il turismo».

È passato quasi un secolo da quando Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione nell'ultimo governo Giolitti, presentò il 25 settembre del 1920 la prima legge sul paesaggio, approvata poi due anni più tardi. E nel frattempo, il Belpaese ha dovuto subire abusi edilizi, scempi e saccheggi che ne hanno deturpato la fisionomia. Ma ora finalmente l'Italia ha un nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, promosso dal ministro Francesco Rutelli, predisposto da una commissione di esperti sotto la guida del professor Salvatore Settis e infine ratificato ieri dal Consiglio dei ministri agli sgoccioli della legislatura. Una svolta che si può considerare storica, se si pensa ai tanti ecomostri ed ecomostriciattoli che intanto hanno deturpato la Penisola; un successo dell'ambientalismo più costruttivo e delle associazioni più responsabili, con in testa il Fai (Fondo per l'ambiente italiano) presieduto da Giulia Maria Crespi.
Già Croce nel ‘20, come si legge nella sua stessa relazione, intendeva porre "un argine alle ingiustificate devastazioni che si van consumando contro le caratteristiche più note e più amate del nostro suolo". E con l'autorevolezza del filosofo e dello storico, spiegava che il paesaggio "altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria, con i suoi caratteri fisici particolari quali si sono formati e son pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli". Sfrondata dalla retorica dell'epoca, la definizione regge ancora oggi e sostanzialmente è proprio quella che adesso il Codice recepisce e consacra.

Prima di arrivare all'approvazione definitiva del testo, è stato necessario un confronto serrato fra il governo e le Regioni, a tratti un braccio di ferro, per raggiungere un punto d'equilibrio ragionevole e soddisfacente. Ma questo, fuori da qualsiasi compromesso al ribasso, accresce ora l'importanza e il valore del Codice perché ne fa un "corpus" giuridico condiviso dall'amministrazione centrale e locale. Un patto Stato-Regioni, insomma, contro un malinteso federalismo e una "devolution" selvaggia, in forza del quale lo Stato si riappropria della sua potestà esclusiva sul paesaggio e nel contempo le Regioni rivendicano la propria autonomia nell´ambito delle rispettive competenze territoriali, secondo la Convenzione europea di Firenze sottoscritta nel 2000 e diventata legge nazionale nel 2006.
Fondato sull'articolo 9 della nostra Costituzione, in cui si sancisce al primo comma che "la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica" e al secondo comma che "tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione", il Codice Rutelli può essere l'inizio di una rifondazione ecologica del Paese, la prima pietra di una "nuova Italia", più ordinata e civile. È stata un'importante sentenza della stessa Corte costituzionale a ribadire, nell'ottobre 2007, che la tutela paesaggistica costituisce un valore primario e assoluto, come paradigma dell'identità nazionale. Da qui, dunque, un limite istituzionale all'esercizio dei poteri attribuiti agli enti locali, in quella che gli "sherpa" ai quali si deve la mediazione decisiva preferiscono definire una "competizione virtuosa".
Sono due i punti più qualificanti del Codice: uno riguarda la disciplina dei rapporti Stato-Regioni in questo campo e l'altro il meccanismo di sub-delega ai Comuni. Viene introdotto così un sistema di garanzie che stabilisce una gerarchia di valori e di competenze, prevedendo una pianificazione congiunta fra Stato e Regioni. L'amministrazione centrale emana le "prescrizioni d'uso" a cui i piani regionali devono attenersi e fino a quando queste non vengono rispettate il parere delle Sovrintendenze è vincolante. Poi, resta comunque obbligatorio e in caso di controversie è ammessa anche la possibilità di ricorso da parte delle associazioni ambientaliste.
Quanto alla sub-delega ai Comuni, fonte purtroppo di tanti abusi e di tanti illeciti, il Codice stabilisce innanzitutto che le amministrazioni locali devono comprendere nel loro organico adeguate competenze tecniche e scientifiche: ciò significa, in pratica, che non si potrà più rimettere tutto alla discrezionalità dei geometri più o meno compiacenti. E in secondo luogo, distingue fra la materia urbanistica e la tutela del paesaggio, ribadendo la priorità di quest'ultima rispetto al regime delle concessioni edilizie.
Un altro rilevante capitolo è quello che attiene alla difesa del patrimonio artistico, soprattutto contro il saccheggio organizzato dei furti e delle esportazioni. I beni culturali non saranno più assimilabili a "merci" e quindi scatterà di conseguenza una tutela più forte sulla loro circolazione internazionale. A completare il quadro, nuove norme per la salvaguardia del patrimonio immobiliare pubblico nel caso di dismissione o uso per la valorizzazione economica.
Al di là degli aspetti culturali, il Codice Rutelli - come fa rilevare la presidente del Fai - punta anche a difendere e rilanciare una grossa risorsa economica come quella del turismo, con tutti i benefici che ne derivano per l'occupazione del settore e dell'indotto. «Se riusciremo a mantenere integri il nostro paesaggio e il nostro territorio - avverte Giulia Maria Crespi - i turisti continueranno ad arrivare da tutto il mondo; altrimenti, se l'Italia diventerà una gigantesca villettopoli, rischieremo di perdere la più grande industria nazionale». Insieme all'identità del Paese, qui sono in gioco insomma la sua immagine, la sua competitività e il suo benessere.

Il paesaggio tra città diffusa e governo della campagna

 

  Convegno

 

«La biforcazione di fronte alla quale ci troviamo ci pone il dilemma

non

tra crescere e non crescere, ma quello tra due tipi di “sviluppo”.

Lo sviluppo della potenza – è questo che chiamiamo crescita – e lo

sviluppo della coscienza. E' questo che vorremmo chiamare, più

propriamente, sviluppo»

(Giorgio Ruffolo, Lo sviluppo dei limiti, Bari 1994).

 

«Bisogna superare l'atteggiamento, pur giusto, del limite delle

risorse per intendere il "limite" stesso come una risorsa» .

(Pier Luigi Cervellati, L‘arte di curare la città, Bologna 2000).

 

 

« I dibattiti sul concetto di paesaggio hanno interesse scientifico, anche se non sono inediti, ma fanno venire voglia di sparare (in senso metaforico) quando sono puramente accademici, disgiunti dalla consapevolezza della gravità dello scempio e del dovere di fermarlo…».

Con queste parole Mario Fazio denunciava qualche anno fa i processi di modificazione in corso nel paesaggio italiano e l’urgenza di interventi atti a scongiurare la perdita di valore del nostro patrimonio paesaggistico (1) .

 

Crescita e sviluppo nell’ultimo mezzo secolo hanno essenzialmente significato per l’Italia aumento della produzione edilizia. Edificare, a prescindere dagli scopi e dalla qualità, è stato ed è ritenuto un moltiplicatore di profitti, un equivalente dello sviluppo, un suo sinonimo.

La Grande Trasformazione si è verificata in tempi brevi se confrontati con quelli in cui in passato avvenivano le trasformazioni paesistiche: crescita dell’industria, fuga dalle campagne, ampliamento delle città, cementificazione dei litorali. Sebbene questa fase non si sia ancora conclusa per alcuni aspetti, specie nel Mezzogiorno, un nuovo processo « caratterizzato da nuove urbanizzazioni che si dilatano nelle campagne (le città diffuse), da molte trasformazioni del paesaggio agrario e nuove strutturazioni territoriali» (2) , mostra già i suoi allarmanti sintomi.

 

Le nuove trasformazioni si manifestano con un processo di disintegrazione dei luoghi che perdono innanzitutto una delimitazione ben definita in relazione al paesaggio circostante. La città sviluppa la sua influenza, al di là delle periferie, nei borghi e nei piccoli centri che hanno sempre avuto una vocazione agricola, marcando il paesaggio con le sue infrastrutture, i suoi impianti e le sue lottizzazioni. E’ impossibile non vedere come il risultato della crescita urbana vada a discapito di un mondo rurale che si trasforma, s’adatta ai meccanismi economici contemporanei. I frazionamenti dei terreni, i cambiamenti delle colture, l’abbandono del patrimonio architettonico rurale e la contemporanea costruzione di nuovi edifici sono gli effetti più evidenti. L’edificato si estende oltre ogni limite, dilaga nella campagna sopprimendo terreni un tempo destinati all’agricoltura, la urbanizza, arrampicandosi lungo le pendici collinari, erodendo vigneti e uliveti e creando una commistione caotica di edificato e coltivato.

 

Sappiamo benissimo che il mondo rurale è sempre stato oggetto di trasformazioni, ma la novità, rispetto alle epoche passate, è la natura e il ritmo dei cambiamenti. Durante i secoli passati le modificazioni si delineavano in lunghi archi temporali e ciò contribuiva a definire una certa immutabilità del paesaggio. Oggi assistiamo alla progressiva formazione di agglomerati territoriali che non hanno più l’identità di aree agricole e nello stesso tempo non sono e non diventeranno mai aree urbane.

 

La città diffusa cresce senza grandi lottizzazioni, e l’intervento della speculazione e dei grandi interessi immobiliari non è affatto preminente. Essa è costruita casualmente, sparsa, polverizzata, sfruttando strumenti urbanistici consenzienti e inadeguati. E’ priva di differenze, forma e qualità urbana: non ha un centro, non ha una piazza, al massimo ha uno slargo, si struttura per lo più lungo gli assi stradali, fra un centro e l’altro, con case che non hanno nessun rapporto con il suolo agricolo, con stabilimenti e grandi centri commerciali.

 

Anche l’imporsi di nuovi modi di produzione agricola con l’espandersi dell’agricoltura meccanizzata e monoculturale in funzione delle richieste del mercato, al posto di quella policolturale e di iniziativa individuale che caratterizzava un tempo il paesaggio agrario, ha prodotto i suoi effetti sul paesaggio.

Ma se la realizzazione di un intervento produttivo agricolo ha in sé il concetto della reversibilità in quanto un uso agrario può essere ripristinato con opportuni interventi, un terreno agricolo che viene edificato per scopi residenziali subisce un’alterazione irreversibile. L’uso edilizio, cioè, alimentando il fenomeno del consumo dei suoli, ha la caratteristica di modificare irreversibilmente le qualità del territorio e del paesaggio.

 

Il processo di colonizzazione territoriale della città a crescita illimitata manifesta  quindi sempre più gli effetti di quello che sarà il suo inevitabile obiettivo: la cancellazione del sistema di differenze tra nuclei abitati e campagna unitamente alla distruzione dei principali caratteri dell’identità dei vari sistemi territoriali. L’aspetto paesaggistico di molti territori, a cinquant’anni di distanza, mostra tali e tante diversità da rendere non più identificabili i tratti distintivi e gli elementi che li rendevano riconoscibili.

 

Ma rispetto a tale quadro di riferimento, in continua trasformazione, è d’obbligo interrogarsi sulle iniziative necessarie affinché il nostro contributo possa prefigurare intenti operativi e non rimanga nel limbo accademico.

 

Rispetto agli strumenti di pianificazione territoriale va innanzitutto osservato che il compito attribuito ai piani paesistici dovrebbe essere svolto dai normali strumenti urbanistici, caratterizzati con contenuti paesistici, ovvero dovrebbe essere il Piano Regolatore Generale a contemplare il progetto della manutenzione, del restauro e del ripristino del paesaggio. Occorrerebbe cioè sancire che la vigenza degli strumenti di pianificazione urbanistica e territoriale sia subordinata all'intesa dei poteri locali con i poteri statali, in modo da qualificare con una visione complessiva gli strumenti di pianificazione “ordinaria” di livello comunale e porli come unici riferimenti per tutti gli operatori delle trasformazioni territoriali, portatori di esigenze apparentemente diverse.

 

Il progetto del paesaggio, infatti, non può prescindere da una visione complessiva dei problemi rurali: economia, produzione, gestione del territorio, salvaguardia del patrimonio architettonico e culturale.

I due terzi del territorio italiano sono interessati da una agricoltura di collina e di montagna che rappresenta contesti ad alta e particolarissima sensibilità sotto il profilo ambientale e paesaggistico. Queste realtà rurali devono poter conservare il loro delicato equilibrio curando attentamente la propria organizzazione, sia in chiave produttiva, sia in chiave di prestazione di servizi, pur nel quadro di processi di riconversione da mantenere all’interno di uno sviluppo che non alteri i caratteri dell’identità dei luoghi.

 

Non a caso l’Unione Europea attraverso i “Progetti Leader” ha iniziato un’attività di valorizzazione dello spazio rurale, finalizzata alla tutela dei valori e dei fattori produttivi legati direttamente o indirettamente al mondo rurale, con l’obiettivo di promuovere e rivitalizzare la cultura delle aree agrarie, seriamente minacciata dal predominio delle realtà urbane ed industriali e dalla degradazione socio-economica.

 

La formulazione della Convenzione Europea del Paesaggio ha sancito che la peculiarità del bene paesaggio risiede nella persistenza di una serie di aspetti particolari che assumono nel paesaggio un valore corale di riconosciuto interesse.

In tal senso gli elementi del patrimonio storico e culturale vanno relazionati all’interno del quadro complessivo della società locale che li ha prodotti: « se si rafforzerà il rapporto dei cittadini con i luoghi in cui vivono, essi saranno in grado di consolidare sia le loro identità, che le diversità locali e regionali, al fine di realizzarsi dal punto di vista personale, sociale e culturale » .(3)

 

La manutenzione e il recupero ad usi compatibili del territorio e la sua valorizzazione implica quindi la necessità di un progetto di equilibrio dell’ecosistema paesaggistico, inteso come processo di riappropriazione del territorio nella sua identità culturale, materiale e produttiva da parte delle comunità locali.

Tale progetto pone innanzitutto un problema culturale: affermare il concetto di limite quale regolatore di qualità e di equilibrio ecosistemico, inteso non come vincolo in senso lato, ma come strumento di regolazione di forme, proporzioni e soglie dimensionali sostenibili, oltre le quali si modifica irreversibilmente la qualità del paesaggio.

 

Occorre quindi che si determini una nuova gamma di comportamenti nella fase di conoscenza, di progettazione e nelle pratiche di intervento sul territorio. Fondamentale per il paesaggio è naturalmente la sinergia e il coordinamento tra le varie amministrazioni pubbliche centrali e territoriali. Ma in attesa e con l’auspicio che lo strumento di pianificazione comunale diventi il piano unico, ovvero la «carta unica del territorio contenente tutte le prescrizioni e informazioni per la sua tutela e il suo uso», ipotizzata da Vezio De Lucia, occorre a nostro parere uno strumento operativo che colmi la separazione tra le acquisizioni culturali elaborate e discusse in ambiti circoscritti e la pratica quotidiana dell’azione politica di gestione del territorio esercitata dalle amministrazioni locali, sovente in carenza di solidi indirizzi scientifici e culturali, dotate per lo più di strumenti urbanistici culturalmente e politicamente appartenenti ad un passato e a un presente fatto di sprechi territoriali e alterazioni paesaggistiche non più sostenibili.

 

Occorre pertanto un manuale di manutenzione e salvaguardia del paesaggio, uno strumento che indaghi la storia e la natura dei luoghi, che ne analizzi l’evoluzione, la stratificazione, la struttura insediativa e la configurazione ambientale e paesaggistica.

Un strumento che contempli un lavoro di censimento, di catalogazione e classificazione dello stato di fatto dei luoghi, che ne esprima l’interna articolazione, l’intreccio tra strutture urbane e agricole, tra morfologia del territorio e organizzazione del paesaggio.

 

Una guida pratica capace di tutelare la cultura sedimentata dei luoghi che ha determinato precisi caratteri di individualità, costituita da un insieme di norme legate alle tecniche e ai materiali ad essi adeguati, in grado di rappresentare il tramandamento storico di una cultura collettiva analogamente al linguaggio, ai costumi e ai modi di abitare.

Un manuale di intervento idoneo a risolvere gli elementi strutturali e costitutivi che determinano gli aspetti paesaggistici, una guida certa sull’operare concreto e diretto da parte di tutti gli operatori che intervengono nel quadro territoriale.

 

E’ evidente che alla luce della estrema complessità e varietà paesaggistica, è da ritenere pressoché impossibile elaborare metodologie di intervento valide per contesti territoriali diversi, sia pure caratterizzati dallo stesso tipo di coltura agricola.

 

Ciò nonostante crediamo che un tale strumento, predisposto per vari contesti territoriali, costituisca un passo indispensabile per indagare una realtà come il paesaggio, per interpretarne i messaggi e i significati, per capirne le stratificazioni e le modificazioni e per operare correttamente interventi ancorati a valori comuni, riconosciuti e condivisi.

 

L’azione antropica di modificazione della natura, prolungata nel tempo, che ha generato i bei paesaggi degli olivi, ha determinato una costruzione estetica basata sull’equilibrio. La salvaguardia di questo equilibrio non potrà non informare positivamente le produzioni legate all’olivo: il loro valore sarà legato anche alla qualità del paesaggio che sapranno esprimere.

 

___________________________________________ ________

(1) Mario Fazio,  Passato e futuro delle città.  Processo all’architettura contemporanea, Einaudi, Torino 2000.

(2) Eugenio Turri, Il paesaggio tra persistenza e trasformazione, in Il paesaggio italiano, Touring Club Editore, Milano 2000.

(3) Convenzione Europea del Paesaggio, Firenze 2000.


  ("La cura del Paesaggio dell'Olio tra identità, innovazione, economia e bellezza", Montenero d'Orcia - Grosseto, 22 maggio 2004)

   

  

  CITTA' PAESAGGIO

 

 

 

 
Siti, forum, blog
There are no photo albums.